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PAVIA - DPCM 24 ottobre: Confartigianato Pavia sottoscrive l'appello al Premier promosso dal Sindaco



APPELLO DELLA SOCIETÀ CIVILE DI PAVIA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Sig. Presidente,

nello scriverLe per manifestare il disagio del mondo produttivo, commerciale, culturale e sportivo della città di Pavia per il provvedimento da Ella emanato con decreto, lo scorso 24 ottobre, è nostra premura ribadire un principio forse banale, che in questi giorni merita però un’attenzione particolare: il disagio, che in più di un caso, va detto, sconfina in autentica disperazione, non giustifica in alcun modo le azioni violente compiute da facinorosi in alcune delle principali città italiane.

A nome delle categorie interessate e malauguratamente lese dal Suo intervento normativo, ci sembra utile e opportuno condannare pubblicamente tali episodi, al fine di isolarli; benché, con ogni probabilità, essi abbiano avuto come protagonisti soggetti che nulla hanno a che vedere con le attività che rappresentiamo.

Ciò a vantaggio di un clima sociale che, pur nell’emergenza, tutti hanno la responsabilità di mantenere nei limiti dell’ordine e della civile convivenza: un assunto che ha per noi il valore di un impegno, da sottoscrivere.

Anche a questo scopo, Le rivolgiamo questo appello, che, sulla falsariga di quanto fatto da numerosi Amministratori del territorio, e dal Sindaco di Pavia per primo, indirizziamo al Suo Ufficio per chiedere che venga rivisto il DPCM del 24 ottobre, nell’ottica di un migliore bilanciamento fra principi costituzionali quali la salute e la libera attività economica; principi accomunati da uno stesso denominatore: la vita dei cittadini.

Nessuno nega che sia necessario intervenire con rigore per arginare l’avanzata del contagio. Riteniamo, però, che le soluzioni adottate partano da una premessa sbagliata e individuino un falso “colpevole”: la ristorazione, i bar, i cinema, i teatri, le palestre, le piscine; che pure hanno adeguato le proprie attività, al prezzo di investimenti significativi, agli standard di sicurezza indicati dalle stesse Autorità sanitarie.

Una scelta, la Sua, presa peraltro in assenza di dati pubblici e verificabili sul numero di contagi che avverrebbero nelle suddette realtà e senza considerare i risvolti psicologici che una chiusura senza distinzioni delle aree di svago dei cittadini avrebbe comportato in termini di malessere individuale e aumento delle tensioni sociali, vista l’assenza di luoghi in cui vivere, benché con attenzione, qualche ora spensierata, lontano dal perpetuo dibattito su Covid-19.

Poco è stato realizzato, invece, per limitare quelle occasioni di assembramento che sono, con ogni evidenza, parte integrante dei problemi connessi alla circolazione del Virus, arrivando al paradosso di una normativa statale che penalizza chi si è attrezzato per evitare gli assembramenti nei propri locali - oltre al relativo indotto, costituito da migliaia di fornitori e da tutte le attività economiche collaterali -, senza colpire gli assembramenti medesimi, che avvengono in buona misura all’esterno.

In particolare, lamentiamo l’assenza di un piano nazionale per il trasporto pubblico in periodo di emergenza, oltre all’insufficienza dei controlli sul rispetto delle distanze di sicurezza e sul corretto uso dei dispositivi di protezione: azioni che, pur con la massima volontà di collaborazione, non possono essere demandate alla buona volontà dei privati o alla particolare capacità, in termini di risorse umane e di mezzi, degli enti locali.

In questi ambiti, ne converrà con noi, occorrono un coord